Presso il nostro Istituto, 

il 24 gennaio 2018 si è svolto il Seminario: “Gramsci: un intellettuale di fronte alla contemporaneità”. Relatori sono stati: il prof. Labate, il prof. Ventrone e il prof. Rocchetti (Istituto Gramsci Marche), docenti all’Università degli Studi di Macerata. 

Ha aperto i lavori il Dirigente Scolastico, prof. P. Ansovini. 

Di seguito i concetti emersi nel corso del Seminario. 

Trascorso il Novecento, secolo degli estremismi, in un mondo “semplice” quale l’attuale, è interessante ripensare alla figura dell’ ”intellettuale” elaborata da A. Gramsci. Egli ha vissuto in modo attivo la contemporaneità: il periodo del “biennio rosso”, del fascismo; ha tenuto un Discorso alla Camera (16 maggio 1925) contro il disegno di legge Mussolini-Rocco; ha subìto il carcere; il confino andando incontro ad una morte prematura. Al Gramsci, che risponde alle sfide della contemporaneità, seguirà il Gramsci teorico (degli anni del carcere): le lettere ed i “quaderni”. 

Proprio nei “Quaderni del carcere” prende in considerazione sia il Risorgimento come rivoluzione passiva, sia la figura dell’intellettuale ed altro ancora. Intellettuali italiani, come Croce e Gentile oggi dimenticati. 

   In particolare, Gramsci, insieme a Terracini e Togliatti, incomincia a frequentare gli operai e matura un cambiamento di prospettiva. Dopo la Prima guerra mondiale fonda il periodico “Ordine nuovo” (1919) e le idee degli operai trovano forma razionale nel giornale. Gli operai possono apportare dei contributi importanti per il bene collettivo. Il ruolo dell’intellettuale è portare il mondo operaio a capire se stesso. Si parla allora di un “partito nuovo”, in cui la cultura ha una grande importanza, poiché agendo sulla formazione della coscienza dei singoli e delle masse si ha una ricaduta sul piano politico (il concetto di intellettuale collettivo). L’intellettuale è colui che elabora le idee delle masse all’interno del partito, che è appunto il luogo dove si concorre a rappresentare le idee dei gruppi sociali. 

Il realismo politico è costruzione di consenso. Come costruisco il consenso senza violenza? Solo con il concetto di egemonia.

   Forse, per capire la storia contemporanea, si può partire dalla rimozione dalla storia della figura di Gramsci. Tornare a Gramsci ci permetterà di riflettere sul rapporto cultura -  politica, nesso concreto che abita in ognuno di noi. 

Gramsci non è il teorico dell’élite, intesa come mezzo di diseguaglianza, nella misura in cui si formano “eruditi”. Questo tipo di cultura così intesa pone una barriera tra governanti e governati. 

Strettamente legata alla cultura, considerata disciplina interiore, è quindi la democrazia. La «cultura del sé» (M. Foucault) evoca l’immagine del «volgersi verso se stessi». Questa cura dell’anima trova la sua necessità nel cercare quell’orientamento dell’esistere necessario ad addensare di sensatezza il proprio tempo. La disciplina del sé non serve a viver meglio per se stessi, ma per costruire la coscienza in generale. 

La cultura, quindi, non deve creare barriere, ma serve a costruire un’idea di noi stessi per inverarci in una idea di coscienza in generale (universalismo). Gramsci è il teorico “dell’universale concreto”. L’intellettuale deve prendere parte (parteggiare) per trasformare il mondo, ma ha senso solo se conosce il mondo nella sua interezza.

L’intellettuale è “colui che opera una funzione sociale”. L’intellettuale non è un essere monologico, ma sociale, è colui che contribuisce a costruire la coscienza generale della società, non “l’intellettuale comunicativo”. Per Gramsci non tutte le attività culturali sono propriamente intellettuali, però tutti i politici devono essere intellettuali. 

L’egemonia sociale e il governo politico vanno di pari passo. La classe dirigente di Gramsci è quella capace di costruire un’egemonia sociale in grado di far coincidere governanti e governati, un’egemonia sociale in grado di produrre consenso per combattere il governo col consenso dei governati (intellettuale organico), ciò che sembra mancare invece dove il dominio ha sostituito la ricerca del consenso e di egemonia.

   «Il sole non nasce per una persona sola.  La notte non viene per uno solo.  Questa è la legge e chi la capisce si toglie la fatica di pensare alla sua persona […]» (A. Cervi). 

Questa frase ci fa riflettere sul concetto di democrazia: la democrazia parte dal presupposto che l’uomo può agire per il bene, ma anche per il male, quindi occorre la giustizia. 

Ma come è possibile ricostruire la società dopo una guerra mondiale? Costruire la democrazia senza l’educazione? 

Per governare occorre quindi il consenso. Occorre un “partito nuovo” della classe operaia e del popolo che intervenga nella vita del paese. La classe operaia deve allearsi per costruire un regime democratico. Nel Risorgimento possiamo parlare di “rivoluzione mancata”, una mancata rivoluzione agraria. I contadini devono avere diritto al lavoro, al riposo, etc.. 

Questo è il nuovo stato che si vuole formare col P.C.I., per costruire un nuovo mondo, ispirandosi all’Unione Sovietica. 

In questa situazione qual è la funzione delle donne? Si può fare a meno delle donne per una democrazia nuova? 

Si evidenzia, quindi, l’importanza del diritto di voto, poiché solo in questo modo si è cittadini.

Questo sarà il compito del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana I partiti hanno un ruolo essenziale, quello di favorire la democrazia. La democrazia si muove al di fuori della patologia del Novecento. La democrazia è sinonimo di “rumore”, discordanza e quindi di opportunità, permette al potere di non diventare potere assoluto. Poi con la guerra fredda questo processo si interrompe, anche in Italia. È possibile una democrazia senza partiti oggi?